I miei giorni nel Caucaso - Banine Neri Pozza 2020 - La forza di un sogno
Non conoscevo la scrittrice Banine, mentre qualcosa (molto poco a dire il vero) sapevo dello scrittore Ernst Jünger la cui lettera firma la prefazione di questa edizione italiana per scelta dell’editore, perciò prima di accingermi a leggere il libro proposto dal Bookclub ho voluto sapere qualcosa di più su entrambi. Ammetto che ero ben disposta e che la lettura del libro non mi ha affatto deluso. Tutt’altro. Ho apprezzato non solo la singolarità della storia che apre a mondi lontani e poco noti, non solo la ricchezza dei contenuti, la varietà delle vicende, dei personaggi (o persone) descritte con le loro luci e ombre, ma soprattutto la forza della scrittura che permea molte pagine del romanzo di lirismo e di ironia. So di aver usato un termine improprio, visto che si tratta di una autobiografia, eppure mi è rimasta viva l’impressione di avere letto un bellissimo romanzo. Lo dico nel senso migliore del termine. Un romanzo che racconta una storia vera accaduta a una donna nata in Arzerbaijan nel 1905, di religione sciita, educata all’europea da tre governanti: in ordine di apparizione Fräulein Anna, Mademoiselle Marie Sarment e Miss Collins, tre ponti verso mondi lontani ricchi di alberi di Natale, di libri e di musica, o di tanti aggettivi difficili da imparare; tre ponti verso un’Europa solo da osservare da lontano e mai da attraversare: la bambina sarà, infatti, educata secondo le strette tradizioni sciite grazie alla nonna e a tutta la tribù: forze ancestrali che cercheranno di ancorarla a loro sin dalla nascita. Da lì, la piccola Banine non potrà più uscire, se non con la forza del sogno o dell’irrompere della realtà che, a volte, decisamente lo supera.
In un’intervista alla trasmissione radiofonica France Culture del 1990 (e riproposta in rete nel 2016), Banine racconta di una lunga conversazione avuta con Marguerite Yourcenar. Tra i tanti argomenti toccati, le due scrittrici si sono dilettate a distinguere tra gli appassionati di Dostoevsky e quelli di Tolstoj. Banine e Yourcenar non nutrono dubbi al riguardo: preferiscono di gran lunga il secondo. Non può allora stupire l’incipit del libro I miei giorni nel Caucaso che evoca in me – anche se alla lontana - quello di Anna Karenina. Se Tolstoj correla la famiglia all’infelicità vissuta in modo unico: “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, Banine dà subito un giudizio tranchant alla propria, giocando sull’incrocio delle parole “famiglie povere/a posto- famiglie per niente a posto/molto ricche”. Il suo incipit: “Al contrario di certe degne persone, nate in famiglie povere ma a “posto”, io sono nata in una famiglia per niente “a posto”, ma molto ricca”. Una ricchezza dovuta al caso: nel giardino dei bisnonni dove brucavano le capre, è sgorgato il petrolio che ha portato un’enorme ricchezza a contadini analfabeti e incolti: era la prima volta che una famiglia azerbaijana saliva al rango delle grandi famiglie ricche dell’epoca come i Nobel, i Rothschild, i petrolieri russi, armeni, arabi etc… Una storia che, a 40 anni, Umm-El-Banine Assadoulaeff (nota ai più come Banine) ha deciso di raccontare in prima persona su invito di alcuni scrittori francesi tra cui André Malraux e Henry de Montherlant che la convincono a narrare la sua vita dall’infanzia e adolescenza fino al matrimonio “imposto” e all’agognata partenza per Parigi, avvenuta nel 1924, a 19 anni.
Il libro viene pubblicato per la prima volta in Francia nel 1945, non è il suo primo, con Gallimard è infatti già uscito qualche anno prima (1942) il suo primo romanzo Nami che presenta la vita di una giovane azera a Baku prima dell’avvento della Rivoluzione russa. Due anni dopo (1947 Julliard), Banine proseguirà la sua autobiografia con i Jours parisiens (riproposta in Francia nel 1990 da Gris Banal) e tra il 1952 e 1956 scriverà in J’ai choisi l’opium (1959 ed. Stock) la propria conversione al cattolicesimo avvenuta (anche) grazie all'incontro con il sacerdote cattolico tedesco Kaplan Wildt, amico di Ernst Junger, venuto a Parigi per un breve soggiorno. Tramite l'amico comune, Wildt busserà alla porta di Banine a Parigi e l'aiuterà nella sua ricerca spirituale.
Mentre leggevo I miei giorni nel Caucaso, mi chiedevo come l’autrice avesse potuto conservare così nitida e viva la memoria di quei lunghi anni e di come fosse riuscita a ben ordinare il racconto nonostante lei stessa, ogni tanto, si scusi con il lettore (a mio avviso senza ragione!) per non aver riferito alcuni episodi o presentato le sorelle nel momento più opportuno. È un’infanzia lontana la sua e – come lei stessa scrive – “sembra ancora più irreale”. Per di più sceglie di raccontarla in lingua francese, non solo per esigenze di pubblico – se voleva essere letta doveva per forza scrivere in francese – ma forse per ragioni ben più profonde: riportare quel mondo svanito alla superficie era un movimento interiore che aveva bisogno – nel suo caso - di una lingua altra. Banine scrive che la sua infanzia è lontanissima, non solo nel tempo: “Non c’è più niente che mi leghi a lei: né la religione che ho abbandonato, né la lingua, poiché oggi penso e scrivo in francese; né la mia nazionalità, che è cambiata, né i milioni perduti, niente e nessuno. Il mio passato appare come una vita anteriore. Non ho vissuto “sotto vasti portici”, ma in luoghi che oggi mi appaiono irreali, come un sogno nato da chissà quale fiaba”.
Un sogno nato da una fiaba. Sin dalle prime pagine, infatti, è la dimensione del sogno ad avvolgere la piccola Banine. Il sogno diviene per lei nutrimento: senza, ne morirebbe o si lascerebbe vivere. Da lui si lascia cullare come fosse un amico reale giunto a soccorrerla sotto la vite della grande casa di campagna. Il sogno è il riparo sicuro per non soccombere. La spinta vitale. “Nel vigneto […] viveva una vecchia vite così grande che mi potevo sdraiare completamente contro di lei […] le raccontavo i miei segreti”. Parla con gli alberi, con le piante, con gli animali: “Ero felice con gli amici che mi ero scelta; diversamente dagli umani, da loro mi veniva soltanto quello che attribuivo a loro, e quello che attribuivo mi era sempre favorevole”. È la forza del sogno a salvarla dalla solitudine. Il sogno a occhi aperti si nutre di letteratura: Tolstoj, Maupassant, Flaubert animeranno le notti trascorse a casa della zia Reina. Con tutta la forza che è in lei, sogna il suo principe azzurro, non vuole finire come le donne che ha intorno, vuole un uomo da amare, un uomo nobile nell’animo. E mentre si innamora di ogni uomo all’unisono con le sorelle, lei non smette di sognare Parigi. Ah Parigi! La matrigna Amina giunge come una ventata di aria fresca; le porta in dote un mondo colorato di vestiti occidentali, di mobili che spiccano come cattedrali, di movenze eleganti e di una musica classica ben lontana da quella urlata ai matrimoni. Eleganza, raffinatezza, emancipazione e libertà. Possibile? Può essere tutto vero? Sarà un grande dolore, quando a 13 anni dovrà patire la partenza della matrigna Amina per Parigi con una delle sue sorelle, Zuleika. Lei no, lei dovrà rimanersene a Baku, invasa di lì a poco dall’Armata Rossa. Con grande pena, Banine accompagnerà la matrigna e la sorella alla stazione. Vivo è il ricordo dell'arresto del treno, del silenzio, dell'uccello che sente cantare: "Percepisco tutto ciò così come era in un istante preciso di secoli fa, e benché tutta questa armonia si sia dissolta, rimane viva come allora". Parigi è il primo grande sogno infranto.
Ma il sogno di incontrare in futuro un bel principe, come Andrej Bolkonskj di Guerra e Pace non si spegne. E un bel giorno, il principe Andrej le si concretizza dinanzi nella campagna ritrovata dopo l’avvento della rivoluzione, nella vecchia vigna – luogo per eccellenza adibito al sogno. È un giovane venticinquenne russo in uniforme. Si chiama Andrej Massarin. Per lei sarà il suo principe Andrej e a lui si presenterà come Natasha). Leggeremo di una Banine quattordicenne perdutamente innamorata di un giovane bolscevico rivoluzionario. Andrà a trovare il suo principe nella casa che l’ha vista bambina. I luoghi, i ricordi, i sogni si sovrappongono fino a confondersi. Stupenda la pagina che descrive il vissuto di Banine quando si trova nella stanza della sua infanzia con il suo principe. La casa dove per la prima volta, a otto anni, Banine ha ammirato l’albero di Natale grazie alla pervicacia di Fraulen Anna, persona che, da sola, incarna la parabola degli eventi di quegli anni: dalla forza del proprio ruolo di governante tedesca, cristiana calvinista in una famiglia di forte tradizione sciita all'emarginazione e al declino che la porteranno a rientrare in Europa.
La forza dell’immaginazione, del sogno hanno vinto. La vita ha subìto una trasfigurazione: la disgrazia, la rivoluzione bolscevica non solo si è incarnata in un uomo da amare ma si è fatta occasione di libertà. Una libertà ottenuta nell’assenza, o forse grazie all’assenza, del grande amore. Il sogno del grande amore non si è realizzato ma quello di libertà sì. A 19 anni potrà finalmente raggiungere Parigi.
Ma a chiudere il libro è il ricordo di Costantinopoli. Un luogo di passaggio – Banine non vi era mai stata prima. Una città che occupa poche pagine delle sue memorie; uno spazio sospeso dove attendere i visti per la Francia. Qui la scrittura si fa lirica e poetica.
“Tu Costantinopoli, per me rimani quella collina magica coperta di steli ogivali; sei il cielo azzurro sopra l’acqua e i cipressi; sei quel meraviglioso abbandono della bellezza, quel calmo riflesso di paradiso. Voi, istanti vissuti su quella collina, non mi lascerete mai; sospesi in qualche punto della mia memoria, morirete con me. E, se come spero, ogni bellezza che è stata riflessa da noi dopo la nostra morte torna all’eternità, diventerete immortali”.
Istanti divenuti immortali grazie alla magia della scrittura che ha il potere di trasfigurare il ricordo e di farlo giungere fino a noi avvolto dalla forza di un sogno.
Banine, all’arrivo a Parigi, si sentirà finalmente a casa.
Tra i diversi libri, Banine è nota per avere scritto tre opere interamente dedicate allo scrittore tedesco Ernst Jünger, considerato una figura fondamentale per comprendere il ‘900. Jünger è stato testimone e ha partecipato attivamente ai due conflitti mondiali per cui la sua opera – tra cui i diari di guerra – offre una chiave di lettura singolare sul vissuto tedesco delle due guerre. La sua figura resta per molti critici ambigua e controversa; per altri, illuminante e rivelatrice di un’epoca. Jünger è uno scrittore tedesco molto amato dallo scrittore francese Christian Bobin che ne scrive con grande ammirazione, inserendolo nella categoria dei contemplativi che pagano a caro prezzo la solitudine della scrittura.
Così ne avevo sentito parlare.
Quando ho finito il libro, ho riletto più volte le lettere di Jünger scelte per la prefazione (scelta editoriale azzeccatissima!) e mi è affiorato un pensiero che non mi ha ancora lasciato. Osservando gli anni di pubblicazione dei tre libri di Banine su Jünger 1951, 1971, 1989, mi accorgo che questa donna ha trascorso gran parte della sua vita a scrivere su un uomo conosciuto durante la guerra. Ascoltando l’intervista a France culture, ho percepito in modo chiaro e netto l’ammirazione – l’amore ? – verso quest’uomo. Lei ne parla in modo ammirato, lo giustifica, lo difende anche quando l’intervistatrice prova a ricordarle alcune sue criticità e contraddizioni.
Non so, sicuramente sono del tutto fuori strada perché davvero poco conosco di questi due autori (Banine si sposa a 29 anni con un francese agnostico cattolico che lascerà dopo qualche anno), eppure – dopo aver letto l’autobiografia dei giorni nel Caucaso – mi resta viva l’impressione che Banine abbia visto in quell’avvenente ufficiale della Wehrmacht incontrato a Parigi durante l’occupazione, il suo principe Andrej. Come se il sogno le fosse rimasto impigliato dentro, impedendole di vivere con piena gioia il grande sogno finalmente realizzato: una vita libera in Francia.
Scusate, lo so, è solo una suggestione oppure, chissà, l’ostinazione di un sogno.
p.s.
Ringrazio Rolf-Heinrich Stürmer per il lavoro che sta facendo per diffondere l'opera di Banine.
p.s.
Ringrazio Rolf-Heinrich Stürmer per il lavoro che sta facendo per diffondere l'opera di Banine.
Bookclub Neri Pozza Verona, 9 marzo 2020
I miei giorni nel Caucaso, Banine (Neri Pozza 2020)
https://www.facebook.com/Banine.Assadoulaeff
Una trasmissione radiofonica su France culture del 1990 - intervista a Banine
https://www.franceculture.fr/emissions/les-nuits-de-france-culture/memoires-du-siecle-umm-el-banine-ecrivaine-azeri-1ere
Una trasmissione radiofonica su France culture del 1990 - intervista a Banine
https://www.franceculture.fr/emissions/les-nuits-de-france-culture/memoires-du-siecle-umm-el-banine-ecrivaine-azeri-1ere


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