“No Tyndale, No Shakespeare”



L'uomo che scrisse la Bibbia, di Marco Videtta, racconta la storia di William Tyndale, il grande traduttore inglese della Bibbia anglicana, uomo di straordinario talento che ha saputo estrarre dalla lingua inglese la potenza delle immagini e della sua musicalità.
Se in Gran Bretagna egli è figura nota, non lo è certo in Italia, paese cattolico per eccellenza. Il libro colma allora un vuoto culturale tutto italiano (ma non solo) nel restituire a Tyndale il giusto peso nella storia del cristianesimo europeo.
Si tratta di un romanzo storico, non solo per la grande documentazione e ricerca che ne tesse la trama, ma soprattutto per lo sguardo peculiare che offre al lettore su uno dei  periodi più cruciali e di svolta per la storia europea: anni caratterizzati da grandi trasformazioni portate dalla Riforma protestante di Lutero e dallo Scisma anglicano di Enrico VIII. Di fatto, la cornice storica delle vicende narrate al cui interno si muovono personaggi storici quali Erasmo da Rotterdam, Lutero, Pico della Mirandola, Thomas More, Enrico VIII, Anne Boleyn, Michelangelo… per citare solo alcuni tra i più noti.
Un periodo che ha conosciuto due veri “best-seller” (se ci è permessa la battuta visto che parliamo di un libro): la Bibbia di Tyndale e la Bibbia di Lutero.
Una lettura interessante, dunque, non solo dal punto di vista storico ma anche linguistico, come riporta lo stesso Videtta nella sua nota al volume: "Si può tranquillamente dire che senza l'inglese inventato da Tyndale non avremmo avuto Shakespeare". Tyndale è infatti considerato, in patria,  il padre della lingua inglese, come Lutero lo è per quella tedesca e Dante lo è per noi. “No Tyndale, No Shakespeare”, scrive David Daniell, il più grande studioso inglese di William Tyndale. A lui fa riferimento Videtta quando coinvolge il lettore nella lettura di alcuni passi della traduzione inglese: è grazie al lavoro di documentazione speso sui testi di Daniell (e non solo) che l’autore guida il lettore ad assaporare la musicalità della lingua, la bellezza di un'immagine, a scoprirne il significato profondo. Straordinario è confrontare la traduzione musicale di Tyndale con altre più legnose.
Se Tyndale è riuscito nell'intento di offrire “al ragazzo che guida l'aratro” la lettura della Bibbia senza mediazioni, non esageriamo se affermiamo che Videtta è riuscito a trascinare il lettore nel clima dell’Europa del ‘500: dalla Turingia centrale del 1530, al Gloucestershire fino a Cambridge, e poi ancora a  Londra, ad Anversa, fino a Colonia e poi in mare… Grazie allo sforzo di Videtta, il lettore italiano oggi è in grado di ascoltare il talento di Tyndale, di seguirne le tracce; di conoscere un uomo che ha saputo rendere concreta la propria utopia pagata a prezzo della vita. Egli era convinto che se fosse riuscito nell’impresa di tradurre la Bibbia in inglese, avrebbe avvicinato le persone alla Parola di Dio: una lettura diretta senza mediazioni che le avrebbe aiutate ad essere migliori e a diventare veri uomini di Dio.
Non era facile, in relative  poche pagine (236), restituire la storia di William Tyndale  nella sua complessità senza dimenticare lo sfondo storico, necessario e imprescindibile, a cui  Videtta si attiene in modo altamente documentale e scrupoloso.
Egli sceglie di dividere in tre momenti salienti la storia con un prologo iniziale: la scena si apre nei dintorni di Erfurt, in Turingia centrale, nell'Anno Domini 1530. Qui un narratore presenta, attraverso il dialogo tra William Tyndale e l'alchimista Eleuterius (due uomini diversissimi ma accomunati dalla sete di verità: profondamente religioso e spirituale il primo, più pragmatico, razionale, scientifico il secondo) le ragioni che hanno spinto Tyndale a tradurre la Bibbia.
Con la prima parte (Illuminazione e stupore), ha inizio la storia di William Tyndale: l’infanzia trascorsa nel Gloucestershire, gli studi e le conseguenze della scelta di seguire – a tutti i costi - l'utopia di tradurre la Bibbia “per il ragazzo che guida l’aratro”. La narrazione, movimentata dalla memoria del personaggio William, è scandita con il ritmo della sceneggiatura: lunghi dialoghi e tanta azione. Il lettore è sin dall’inizio catturato dalle vicende del protagonista. La scrittura, benché vivace, si fa precisa e documentale: il lettore ritrova non solo l'atmosfera del college di Cambridge, la prudenza del vescovo Tunstall  (personaggio storico) che rifiuta la proposta dell'entusiasta Tyndale di una versione della Bibbia in inglese: “I tempi non sono maturi, caro figliolo…”;  ma anche le scoperte linguistiche che lo hanno trasformato; come la parola "presbyteros" che non vuol dire " prete" ma anziano; “ekklesia" che non vuol dire “chiesa” ma “congregazione”; “metanoeo” che non vuol dire “fare penitenza” ma “cambiare idea”, “ravvedersi”; e ancora, “agape” che vuol dire “amore” e non “carità”… Un vero e proprio terremoto teologico: la messa in discussione della dottrina cattolica che poggia sulla figura del sacerdote, del concetto di “Chiesa”, del pentimento e della carità. Una rivoluzione religiosa che ha avuto le conseguenze ancora vive e tangibili.
La seconda parte del romanzo (Corruzione ed estasi), si apre e si chiude sullo stesso personaggio (storico) di Henry Philips. Un uomo cinico che non ha nulla da perdere e per tale motivo è altamente corruttibile: lo abbiamo incontrato ragazzino nella narrazione-fiume di Tyndale a Eleuterius della prima parte. Un capitolo che diviene una sorta di pausa e di preludio in quanto il lettore viene immerso in un’altra storia, dove Henri Philips prende tutta la scena e dove assistiamo  a un cambio di passo nel ritmo della scrittura: seguiamo le vicende senza ascoltare dialoghi se non in chiusura di capitolo. Ma il ritmo riprende e si fa più incalzante con la ricomparsa di Tyndale a Lubecca alla scuola talmudica. Se vuole proseguire nel lavoro di traduzione dell’Antico Testamento, egli deve abbeverarsi direttamente alle fonti ebraiche: questa volta deve tradurre dalla lingua dei Profeti. E da Lubecca il lettore viene trascinato alla corte di Enrico VIII (il Defensor Fidei): qui la scena è principalmente occupata dalla figura di Thomas More, dagli intrighi di corte e dalla Grande Questione (nelle mani del cardinale cancelliere Thomas Wolsey) del divorzio del re dalla regina Caterina d’Aragona.
Dopo questa pausa tutta a sfondo storico, seguiamo il protagonista ad Anversa, dove vive nuovi e vecchi incontri; e finalmente l’incontro inaspettato con Eleuterius, la trattativa per riportare in patria Tyndale e ancora altri episodi che si intrecciano con le vicende di Enrico VIII e Anne Boleyn che legge e apprezza la traduzione clandestina di Tyndale.
Infine, la terza ed ultima parte (La Bibbia dimenticata) vuole restituire memoria e giustizia a quest’uomo che non ha nemmeno potuto firmare la traduzione della Bibbia.
Videtta ce ne darà ragione in poche pennellate con storico vigore, restituendo al lettore la tragedia, l’umanità e la grande utopia di una vita spesa nel sogno di creare “una comunità resa migliore dallo strumento che [Tyndale] stava cercando di donare”. La Bibbia.

Maddalena Cavalleri – Verona, 9 dicembre 2019 - 
Bookclub Neri Pozza Verona

Commenti