Un képi comprato al volo





Convinta di scrivere un racconto di poche pagine, mi sono ritrovata a rievocare l’atmosfera dell’anno che ho trascorso in Francia, a Tours, tra il 1988 e il 1989.
Ciò che mi ha guidato nello scrivere questo lungo racconto è stato il desiderio profondo di interrogarmi sul mistero che regna dentro ciascuno di noi riguardo alla libertà delle scelte. Gli anni della giovinezza, in cui molto della nostra vita in realtà si compie, influenzano con luci e ombre il nostro futuro. Per chiarezza e rispetto verso il lettore e la lettrice, che ringrazio sin d’ora per dedicarmi parte del loro tempo prezioso, desidero precisare che ciò che ho scritto non è un'autobiografia: molto ho inventato, benché la nostalgia di quell’anno trascorso a Tours abbia accompagnato le tante pagine che mi sono uscite dalla penna come un fiume in piena, sorprendendo, in primis, me stessa. Più procedevo, più sentivo il bisogno di creare l’atmosfera di quel periodo per dare uno sfondo al personaggio di Marta: un quadro che fosse coerente con la sua sensibilità e i suoi vissuti.
Ho realmente vissuto all’estero, dove sono stata veramente assistente di Lingua italiana nelle scuole superiori che ho nominato e dove ho conosciuto tante persone a cui ho voluto bene, che mi hanno aiutata o che, semplicemente, mi hanno regalato dei bellissimi momenti. Tuttavia, ciò che racconto non è il “mio” anno all’estero perché molto ho inventato, reinterpretato, dimenticato e ricordato trasformandolo completamente o solo in parte. Alla fine ciò che resta sulla pagina, in tutta onestà, ha avuto luogo solo e soltanto nello spazio bianco della pagina e nella mia immaginazione. Eppure, in quello spazio vi è disseminata anche una parte profonda di me stessa: sarebbe sciocco negarlo.
Per quanto riguarda, invece, gli altri personaggi, alcuni sono “veri” nel senso che sono esistiti ma non corrispondono affatto a se stessi perché sono divenuti tutt’altro: hanno un altro carattere, un altro pensiero, un altro abbigliamento e un altro aspetto fisico; non hanno nemmeno mai detto né pensato né compiuto ciò che io, in qualità di narratore, faccio loro dire e fare. Allo stesso modo gli eventi, i dialoghi e gli amori sono esistiti solo ed esclusivamente nella mia immaginazione. Ciò che, invece, esiste è la città di Tours, i suoi splendidi giardini, le sue vie, il suo fantastico Cinéstudio; e così la campagna della Touraine, il maniero di Chemallé e… Parigi! No, quelli non li ho inventati, sono ancora lì e tanto mi hanno donato. In questo lungo racconto ho solo cercato di restituirli come ne sono stata capace attraverso gli occhi di Marta, di Felipe e di altri personaggi.
Per la storia di Jeanne d’Arc che ho riproposto nei dialoghi, ho attinto a diversi storici francesi, in particolare a Colette Beaune, Philippe Contamine, Olivier Bouzy e i giornalisti Marcel Gay e Roger Senzig, senza tralasciare la scrittrice italiana Marta Morazzoni che si è occupata di Jeanne d’Arc con un libro Il fuoco di Jeanne (Guanda 2014).
Ci tengo, invece, a precisare un’altra fonte letteraria che ha contribuito a dare spessore a un personaggio a me caro: Felipe che, fin dalla primissima idea del racconto, era l’interlocutore di Marta e il motore, insieme a lei, di ogni vicenda.
Durante la stesura del mio racconto, mio marito mi ha regalato La lingua perduta delle gru di David Leavitt: un libro uscito proprio a ridosso degli anni Ottanta e che narra una storia ambientata nella New York di quegli anni. Appena ho letto la postfazione della Pivano, che riporta la data di giugno 1989, non ho più avuto dubbi: Philip mi stava chiedendo di vivere nuovamente in Felipe, in una sorta di “reincarnazione” letteraria. La protagonista del mio racconto giunge a Tours proprio nel settembre del 1988 e il libro di Leavitt esce in Francia pochi mesi prima, nell’aprile di quello stesso anno; Marta se ne andrà da Tours proprio nel giugno del 1989. Tutte queste coincidenze mi hanno convinta che dovevo seguire la strada indicatami dal grande Leavitt. Allora ho preso a prestito alcuni episodi della giovinezza di Philip e dei suoi amori. Chi avrà letto il bellissimo libro di Leavitt non potrà non trovare delle evidenti corrispondenze. Mentre scrivevo il racconto, Felipe (che già esisteva nella mia fantasia e sulla carta) mi chiedeva di essere raccontato maggiormente; esigeva la sua parte che non poteva essere occupata (se non addirittura oscurata) dalla protagonista. Felipe (incredibilmente battezzato da me così prima ancora di imbattermi in Philip!) è nato un poco alla volta, al punto che per me Felipe e Philip sono diventati tutt’uno, in un gioco di specchi.
Ecco la mia fonte letteraria sopraggiunta in mio aiuto per definire meglio un personaggio che altrimenti avrebbe avuto contorni più sfuocati. Nutro quindi un grande debito verso Leavitt, il suo Philip e il suo Owen (il padre), non solo per la splendida lettura che mi hanno regalato, ma anche per avermi fatto incontrare i suoi personaggi così profondamente umani. Felipe, il mio personaggio, si nutre di Philip perché i due sono, di fatto, coetanei: due giovani degli anni Ottanta. Il libro di Leavitt, infatti, è uscito in America nel 1986 con il titolo The Lost Language of Cranes, ed è stato pubblicato in Italia, l’anno seguente, nel 1987 (La lingua perduta delle gru, Arnoldo Mondadori Editore); in Francia uscirà nell’aprile del 1988, con il titolo Le Langage perdu des grues; la postfazione della Pivano nell’edizione italiana, come si diceva, è del giugno del 1989: mese e anno in cui Marta farà ritorno a casa.

M.C.

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