UN BATTITO DI MANI - un mio racconto
Il pulmino la portava a scuola tutti i giorni alle otto meno un quarto circa. L’autista saliva le scale dell’ingresso secondario e l’accompagnava fino alla portineria; dopo essersi accertato che ci fosse qualcuno ad attenderla, la salutava proseguendo per altre destinazioni. Elisa entrava nell’atrio, ormai sgombro della massa degli studenti per il suono della prima campana; appoggiava lo zaino e la cartellina dei disegni, sempre alla stessa parete del muro – sceglieva quella alla sua destra, forse perché la vedeva sempre vuota – e iniziava a camminare attorno all’ingresso; non procedeva né avanti né indietro: lo sguardo incollato a terra, lo slancio del corpo tutto teso a segnare un cerchio con i passi. Nel frattempo, altri studenti dalle fogge più variegate entravano dalle scale principali: chi immerso nella musica del suo Iphone, chi tutto preso a chiacchierare con la compagna, chi ancora sprofondato nel sonno. Qualcuno la salutava: <<Ciao Elisa!>>; qualcun altro tirava dritto, senza minimamente badare al suo moto circolare. Ogni tanto lei accelerava l’andatura, iniziando a saltellare e a battere le mani; in quel momento, sorrideva e se la rideva di gusto, alzava il capo, come in cerca di uno spazio aperto e poi lo riabbassava verso terra. Nessuno si curava di lei, come se quel movimento continuo, ossessivo, fosse solo un altro modo di attendere il suono dell’ultima campanella - e nulla più. Elisa, con la sua bionda coda lunga fino alla schiena, continuava a camminare indisturbata per poi tuffarsi in una cavalcata a tutto tondo. Il suo volto, dapprima imperturbabile, regalava, a chi la osservasse, un sorriso gioioso che il suo battere di mani rendeva ancora più intenso: forse, era la gioia per una vacanza imminente o per una bella esperienza ancora vivida nel ricordo. Per lo più, restava un enigma. Tuttavia, rivolgendole delle domande chiare e precise, a volte, lo si poteva scoprire; magari, invece, era solo contenta di potersi dirigere verso la sua classe, al suono della seconda campana. Allora raccoglieva le sue cose e si presentava davanti alla portineria, dove Anna la stava aspettando. Insieme, scendevano le scale per raggiungere l’aula dove i compagni avevano già disposto i cappotti lungo l’appendiabiti a parete, sistemandosi poi nei banchi. A volte, però, si dimenticavano di lasciare un posto libero per il cappotto di Elisa. Come lei se ne accorgeva, si girava verso di loro e, con tutto il fiato che aveva in corpo, gridava: <<Maleducati! Non mi avete lasciato il posto>>. Qualcuno allora si alzava per andare a liberare un pomello. Che problema c’era se un cappotto veniva messo sopra un altro? Perché Elisa reagiva così? Per lei, non trovare un posto libero era inammissibile, e ancora di più lo era il dover sopportare una distesa di soprabiti disordinata. Una volta individuato il suo posto (guai a cambiarglielo o a farglielo trovare occupato!), appoggiava lo zaino e la cartellina a terra, li abbandonava immediatamente per recarsi lungo il lato opposto dell’aula, tra la parete dell’appendiabiti e una fila di tavoli da lavoro. Lì aveva scoperto una sorta di corridoio dove poter continuare, indisturbata, la sua passeggiata che, non potendo più essere circolare, diventava rigorosamente rettilinea: avanti e indietro. La durata della camminata era stata oggetto di trattativa con gli insegnanti. Alla fine, giorno dopo giorno, si era riusciti a stabilire un tempo oltre al quale non si sarebbe potuti andare. Alle otto e mezza spaccate, Elisa andava a sistemarsi al proprio banco; tirava fuori l’astuccio e il diario, lo apriva e lo scorreva fino a quando non trovava la data del giorno; dopo questi riti, si metteva di tre quarti, appoggiava il mento alle mani e iniziava ad osservare un punto fisso nell’aula.
Anna, per comunicarle come si sarebbe svolta la mattinata e quindi le attività che c’erano da fare, a volte utilizzava particolari strumenti e strategie; altre volte, invece, provava semplicemente a parlarle. Quando Anna decideva di ricorrere solo alla parola, Elisa continuava a fissare un punto nello spazio; sembrava non ascoltarla, le dava le spalle; in realtà, era tutta tesa e concentrata a seguire ciò che Anna le stava dicendo. I codici della comunicazione erano sovvertiti al punto che, appena Anna si lasciava sfuggire l’invito a stare attenta, Elisa sussultava al grido di “Ma io sono attenta!”. Nonostante sapesse bene che Elisa lo era e che la stessa postura del corpo si doveva leggere con altre coordinate, non riusciva a non dirlo. Quell’ “attenta”, quello “stai attenta” reiterato, erano divenuti, dopo tanti anni di insegnamento sulla disciplina curricolare, un intercalare: una vera e propria deformazione professionale. Avrebbe dovuto, invece, prestare più attenzione; ne era consapevole poiché, non appena le scappava detto, si arrabbiava con se stessa senza smettere di darsi della stupida.
Una mattina, Elisa, dopo esseri scagliata contro di lei in modo particolarmente duro, si era messa a piangere. Non un pianto a dirotto ma silenzioso dove un rigo di lacrime le illuminava il volto diafano. Anna, dapprima immobile, le si era avvicinata; aveva appoggiato una mano sulla sua spalla, senza dire una parola. Elisa, allora, aveva iniziato a chiedersi perché i suoi errori fossero sempre così “ripetibili”. Sì, aveva usato proprio quella parola: “ripetibile”. Anna si sentiva confusa. Perché continuava a dire a Elisa di stare attenta quando sapeva benissimo che lo era? I pensieri correvano veloci. Il vociare dei compagni rimaneva sullo sfondo. Entrambe stavano immobili, come in uno spazio separato: Elisa china sul banco con le lacrime agli occhi, Anna al suo fianco, con la mano sulla sua spalla. Nessuna osava muoversi. Ma, tutto a un tratto, qualcosa le aveva attraversate entrambe, come se la spalla, la mano e le lacrime avessero sfiorato i loro pensieri all’unisono. La mano allora si era fatta voce. <<Non sono io che continuo a dirti di stare attenta anche quando lo sei? Se non è necessario dirtelo, perché allora io non la smetto? Perché il mio errore è così “ripetibile”?>>. Dalla spalla Anna avvertiva che la tensione si andava allentando.
<<Non lo so Elisa, mi esce così e poi mi sento stupida>>. Anna aveva preso coraggio: qualcosa dentro il corpo di Elisa le aveva toccato impercettibilmente la mano. <<Sai cosa facciamo?>>. Ma mentre lo diceva sentiva che le parole le venivano a mancare; correvano via troppo veloci per poterle trattenere. La mano non si staccava dalla spalla quasi a volere estrarre da quel giovane corpo ferito schegge di un alfabeto sconosciuto. Ma, di colpo, quel corpo si era fatto muto. Le parole le calpestavano la mente come fossero i passi di Elisa. Anna voleva afferrarle, fermarne almeno una. Sai cosa facciamo ogni volta che una delle due parte per la tangente? La voce, però, restava muta, le parole inseguivano i passi lungo il cerchio immaginario senza trovare una sosta, se ne andavano, le vorticavano intorno. Anna vedeva i passi di Elisa, la sua cavalcata, il suo battito di mani e il suo sorriso rivolto a cercare un pertugio; le parole non affioravano. Sai cosa facciamo quando una delle due inizia a perdere le staffe? Il moto rotatorio dei passi stava divenendo sempre più assordante: tangente, staffe… un vortice di parole e passi, il sorriso alla ricerca di una fenditura inafferrabile; e finalmente la voce: <<Sai cosa facciamo Elisa quando tu ti arrabbi perché io continuo a dirti di stare attenta?>>. Il suono delle parole si andava amalgamando, nella sua mente, con il batter di mani di Elisa. Un’ immagine sempre più sonora e variopinta: onde di colori luminosi venivano ad infrangere, tutto a un tratto, il silenzio che le aveva avvolte fino a poco prima. La mano di Anna stava abbandonando la spalla di Elisa, in modo quasi impercettibile. Con il palmo della mano tesa cercava quello della sua allieva. <<Battiamo una mano contro l’altra. Insieme. Per ogni errore “ripetibile”, che ne dici?>>.
Forse questo sarebbe bastato a trovare un po’ di sollievo.
di Maddalena Cavalleri (Verona, 2015)
pubblicato nella rivista Scuola Formazione della Cisl Scuola, maggio 2020.
Illustrazioni di Eva Kaiser

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